La tragedia di Perth e la domanda su quale speranza possa abitare anche le situazioni più dolorose

13 febbraio 2026 – La notizia dell’omicidio-suicidio avvenuto a Perth (Australia) lascia senza fiato. Due genitori, Jarrod e Malwenna, hanno ucciso i loro figli Leon (16 anni) e Otis (14), entrambi affetti da una grave forma di autismo; poi si sono tolti la vita. È un dramma, una tragedia talmente sconfinata e misteriosa da togliere tutte le parole. Verrebbe solo da tacere e guardare con un senso di impotenza e di incredulità a questa vicenda. Addirittura, qualcuno potrebbe pensare che meglio sarebbe stato non conoscerla, tanto profonda è la ferita che ci provoca dentro. Altri potrebbero domandarsi quale senso abbia avuto l’esistenza di questi ragazzi e dei loro genitori, e quale sarà il destino di queste vite spezzate.

Molti opinionisti, tuttavia, non hanno resistito alla tentazione di esprimersi. I media si sono affrettati, nella maggior parte dei casi, a dare una lettura di questo tragico evento che suona, più o meno, così: la solitudine dei genitori, l’insufficienza dei servizi sociali e sanitari, l’estrema condizione di disagio e di prova di una tale situazione sono le cause di questo evento. Non si vorrebbe vederlo mai più, e allora occorrono interventi concreti: più risorse alla sanità, più servizi di welfare per le famiglie con figli disabili, più attenzione alle condizioni di vita di chi fa i conti ogni giorno con situazioni difficili di disabilità in casa. Sarebbero interventi utili? Si, certamente. Sarebbero l’unica soluzione al problema che vivono le famiglie con figli disabili? Pensiamo di no, pensiamo che siano importantissime e bisogna continuare con tutte le forze a chiederle e a progettarle, ma da sole non bastano.

La speranza di una vita bella, vera, piena e felice quando si ha un figlio disabile non è garantita (solo) da servizi efficienti, pur indispensabili. Incontriamo ogni giorno storie di dolore e fatica, ma anche di gioia e speranza. Quali sono le condizioni di questa speranza, cosa la rende possibile? Primo, l’annuncio di una positività della vita di ciascuno, in qualunque condizione essa si trovi. L’esperienza cristiana che tanti di noi vivono fa risuonare questo annuncio: Dio ama tutti noi, ci ha voluto uno per uno, ciascuno di noi ha valore infinito agli occhi di Colui che ci ha creato: “Dio sta sempre dalla parte dei piccoli, dei poveri, dei sofferenti e degli emarginati. Facendosi uomo e nascendo nella povertà di una stalla, il Figlio di Dio ha proclamato in sé stesso la beatitudine degli afflitti ed ha condiviso in tutto, eccetto il peccato, la sorte dell’uomo creato a Sua immagine” (GPII, 5 gennaio 2004).

Secondo, la testimonianza di famiglie che vivono con gioia e pienezza la propria vita, e si fanno compagnia reciproca, sono un segno potente della verità di questo annuncio. Più di ogni discorso e di ogni azione politica, la compagnia concreta degli amici e della comunità rende vicina e sperimentabile una speranza vera e vivida, la possibilità di un cammino spesso doloroso ma vero, misteriosamente pieno di bene.

Come avremmo desiderato conoscere Jarrod e Malwenna, e i loro figli Leon e Otis! Avremmo voluto dire loro che non erano soli, e che la vita può essere piena di speranza. Soprattutto, avremmo voluto essere loro amici, nella quotidianità della loro esistenza, come segno dell’amicizia di Colui che ci ha promesso la vita felice. Affidiamo alle nostre preghiere le loro anime, perché incontrino nell’abbraccio di Dio la risposta a tutto il loro dolore e a tutta la loro sofferenza.

Associazione La Mongolfiera ODV